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La guida completa al digitale terrestre

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Tra gli argomenti che più spesso preoccupano gli italiani in materia di televisioni, uno dei più chiacchierati ultimamente è quello relativo al cambiamento del digitale terrestre, che sarà alla portata di tutti i cittadini italiani a partire dal primo luglio del 2022. Le modalità con cui si effettuerà il passaggio sono state esplicate nell’Articolo 89 della Legge di Bilancio, in cui viene spiegato l’uso efficiente dello spettro e la transizione alla tecnologia 5G. È proprio quest’ultimo il fulcro del nuovo cambiamento: il 5G serve nelle frequenze per la nuova modalità per il mobile ed anche per liberare la tv, che dovrà passare al DVB-T2, che consente la trasmissione dei canali in minor spazio.

Il cambio: quando e come è avvenuto

Entro il 30 giugno 2022, infatti, i network televisivi dovranno abbandonare completamente l’so delle frequenze sulla banda dei 700 MHz in modo da renderle disponibili per la connettività 5G. Nello specifico, stiamo parlando di frequenze trasmissive che risulteranno particolarmente interessanti per gli operatori di telefonia mobile e per le società che offriranno servizi di connettività a banda ultralarga di tipo fixed wireless. Questo perché tali frequenze permetteranno infatti di ampliare le possibilità di carrier aggregation e di superare meglio gli ostacoli consentendo di arrivare a fornire fino a 20 Gbps in downstream.
Una prima fase è stata affidata all’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni entro la fine di marzo 2018. L’Autorità ha potuto così definire le procedure per l’assegnazione dei diritti d’uso di frequenze radioelettriche, con lo scopo di rendere i televisori strumenti di più fruizioni tecnologiche, con una copertura più ampia possibile della nazione, con particolare attenzione alle interferenze con i paesi confinanti (dove spesso si sovrappongono le frequenze).
In un secondo momento, sarà il Ministero che dovrà provvedere all’assegnazione dei diritti d’uso delle frequenze in banda disponibili dal 1 luglio 2022. Quest’azione del Ministero è prevista entro la fine di settembre del 2018. Sempre nello stesso anno ma entro fine maggio, l’Agcom dovrà aver adottato il piano nazionale di assegnazione delle frequenze destinate al servizio televisivo in digitale terrestre ossia il PNAF 2018, ma considerando il nuovo standard trasmissivo il DVB-T2 il rilascio da parte del Ministero dello sviluppo economico dei diritti d’uso avverrà entro fine febbraio del 2019. Tale rilascio da parte del Ministero prevede per il servizio pubblico, che sia radiofonico, multimediale o televisivo, fino al 40% delle capacità trasmissiva pubblica del multiplex regionale.
Il periodo transitorio vero e proprio poi sarà quello dal primo gennaio 2020 al 30 giugno 2022, quando secondo modalità non ancora del tutto chiare e definite, avverrà il passaggio da una tecnologia all’altra.
In tutto ciò poi la nuova rivoluzione digitale nelle case degli italiani, entrerà non soltanto una nuova numerazione sul telecomando, ma anche apparecchi televisivi adeguati ai nuovi standard in vendita dal 2017. Dovranno anche essere adeguate le antenne centralizzate dei condomini.
Per tutto questo la legge di Bilancio mette sul piatto 100 milioni di euro entro il 2022 come contributo alle famiglie per l’adeguamento delle tv in vista dello switch off. La norma prevede infatti un contributo ai costi a carico degli utenti finali per l’acquisto di apparecchiature di ricezione televisiva (tv o decoder) per il passaggio al nuovo standard DVB-T2. Sono quindi “assegnati 25 milioni di euro per ciascuno degli esercizi finanziari 2019-2022”.

Cosa comporta questo cambiamento?

L’eliminazione dei 700 MHz da parte dei network televisivi ha imposto, lato utente finale, la necessità di acquistare una smart TV o un decoder compatibili DVB-T2 HEVC se si vorranno continuare a vedere i programmi televisivi. Il DVB-T2 è un acronimo con cui ci si riferisce al sistema televisivo digitale terrestre di seconda generazione. L’obiettivo è da un lato quello di migliorare la ricezione con apparati fissi e portatili, dall’altro quello di far crescere il bitrate rispetto all’attuale DVB-T. DVB-T2 usa codici a correzione d’errore simili a quelli impiegati con lo standard satellitare DVB-S2, permette di ricorrere a sistemi MIMO, prevede metodiche per la riduzione della potenza di picco irradiata all’antenna trasmittente, più di 8.000 portanti; consente di usare diverse versioni di codifica e modulazioni, di aumentare le distanze tra antenne e ricevitori, di incapsulare pacchetti IP nello stream e altro ancora. Se ad esempio oggi un solo MUX (multiplex) può ospitare 5/6 canali in qualità standard o al massimo 2 canali HD 720p, secondo OFCOM il DVB-T2 con codec H.264 consentirebbe la trasmissione di 4 canali HD 720p (o 1080i). La contemporanea transizione al codec H.265 (HEVC) porterebbe il numero dei canali HD 720p a 11 oppure in alternativa cinque canali 1080p. Il tutto abbinato all’incremento prestazionale fornito dal DVB-T2, che raggiunge i 45.5 Mbit/sec contro i 24 Mbit/sec del DVB-T. infine bisogna ricordare che l’HEVC arriva a supportare l’8K e anche di più.
Dopo lo storico passaggio dall’analogico al digitale terrestre, quindi, si profila all’orizzonte (in tempi peraltro piuttosto brevi), un nuovo switch-off che, grazie al passaggio al codec HEVC (H.265) permetterebbe di ospitare fino a 11 canali HD (720p) o fino a 5 Full HD (1080p) di una o più emittenti sullo stesso multiplex (MUX), più dei 2 720p o dei 4 in qualità standard di oggi.
Nell’attuale versione del provvedimento si fa riferimento alla compatibilità DVB-T2 del dispositivo ricevente ma è altamente probabile che nei chiarimenti tecnici si faccia successivamente riferimento al già citato standard di compressione HEVC, erede dell’H.264/MPEG-4 AVC.
Per la versione 1 di HEVC si possono però usare due profili: il primo, a 8 bit (supportato nei TV più economici); l’altro, a 10 bit (detto Main 10). Bisognerà verificare quale dei due profili sarà abbracciato dai network televisivi: nel secondo caso, infatti, gli utenti con un TV o decoder capace di ricevere il segnale video DVB-T2 HEVC 8 bit potrebbero avere problemi.
Lato consumatori, comunque, da qui al 2022 c’è ancora tempo e i nuovi TV non soltanto supporteranno entrambi i profili ma anche quelli della versione 2 di HEVC. Chi acquistasse oggi un nuovo TV, basterà che verifichi il supporto DVB-T2 HEVC a 10 bit.
A partire dal 1° gennaio 2017 è comunque possibile vendere solo televisori con DVBT2 HEVC.

Le associazioni dei consumatori

Le associazioni dei consumatori e i responsabili dell’industria hanno convinto il Governo a posticipare al primo luglio 2016 la vendita obbligatoria di decoder DVB-T2 e al primo gennaio 2017 quella di TV con le apparecchiature integrate di nuova generazione. Questa richiesta rientra nella più grande tematica della tutela del consumatore.
Il problema – per altro irrisolto – riguarda però il codec da abbinare a questa tecnologia: H.264/MPEG4 oppure H.265/HEVC?
Si tratta di formati di compressione capaci di condizionare efficienza, qualità e altri parametri fondamentali. L’H.264 è maturo, fa meglio del MPEG2 di circa il 50% ed è già impiegato ad esempio dai Blu-Ray. L’H.265 invece è la sua evoluzione, fa ancora meglio e supporta già l’Ultra HD in tutte le sue declinazioni.
Se si considera che per supportare l’uno o l’altro ci vuole hardware specifico si può capire come la scelta possa pesare molto su mercato, industria e consumatori. Il buon senso direbbe di puntare sull’H.265/HEVC. Per altro già il prossimo anno potremo disporre di una versione più stabile, evoluta e pronta per il mercato di massa.
Il DVB-T2 in sinergia con i codec di nuova generazione permetterà di godere di una maggiore qualità video, rendere più efficiente l’uso delle frequenze a disposizione (lato broadcaster) e ridurre il rischio interferenze. I dati ufficiali indicano a spanne un incremento prestazionale da 24 Mbit/sec (DVB-T) a 45.5 Mbit/sec (DVB-T2), che insieme a una compressione video migliore consentirà agli operatori televisivi di trasmettere più canali con maggiore qualità usando le medesime risorse.
Ad esempio oggi un solo MUX (multiplex) è in grado di ospitare 5/6 canali in qualità standard o al massimo 2 canali HD 720p. Secondo OFCOM il DVB-T2 con codec H.264 consentirebbe la trasmissione di 4 canali HD 720p (o 1080i). Un ulteriore transizione al codec H.265 porterebbe il numero dei canali HD 720p a 11 oppure in alternativa cinque canali 1080p. Insomma, c’è tutto da guadagnare, ma allo stesso tempo è richiesto un impegno gravoso.
I produttori di TV e decoder hanno dovuto integrare i chip compatibili per essere certi dello scenario che li attendeva; i broadcaster invece hanno dovuto mettere in preventivo il cambio di attrezzature (videocamere, banchi compressione, impianti, etc.). Oggi molti televisori nei negozi sono già compatibili con il DVB-T2 ma non con il codec HEVC. E non basterà un aggiornamento software per risolvere il problema; ci vogliono proprio i chip specifici. Ad ogni modo non è un grande problema: a tempo debito sarà sufficiente acquistare un decoder esterno. Oppure disponendo di un TV con kit hardware di aggiornamento – iniziano a vedersene anche in fascia media – sarà sufficiente sostituire il vecchio modulo con uno nuovo.

Parola al Ministero dello Sviluppo Economico

Il Ministero dello Sviluppo Economico ha parlato e chiarito quanto accadrà nei prossimi anni: nella prima fase dello switch off, quando si inizierà con il riposizionamento delle frequenze, verrà usato il codec MPEG4 ma le trasmissioni resteranno in DVB-T; poi, solo dal 2022 ci sarà il ricorso al DVB-T2 e al codec HEVC.
Il Ministero dello Sviluppo Economico è convinto che il passaggio dal DVB-T2 al codec HEVC possa avvenire in sei mesi su tutta la nazione: è senz’altro una visione ottimistica se consideriamo che il precedente switch off, che aveva risorse frequenziali di gran lunga maggiori, ha richiesto ben sei anni per essere portato a termine.
Secondo varie stime, nel 2022 ci saranno almeno 10 milioni di TV che non risulteranno adeguati. I 100 milioni di incentivi stanziati, pur essendo una discreta somma, finiscono per essere troppo pochi per rendere l’impatto del passaggio vagamente trascurabile. Questi soldi potranno bastare a finanziare massimo quattro milioni di decoder (neanche di chissà che qualità) e le altre sei milioni di TV resteranno senza copertura, completamente a carico degli utenti. Questa situazione è di parecchio lontana alla frase con cui ha esordito il Ministero dello Sviluppo Economico, che assicurava che non ci sarebbero state problemi o disagi per le famiglie.
Il MISE, invece, in maniera che potremmo definire più che inattesa ha previsto che per il 2022 il naturale ricambio delle televisori garantirà la transizione senza grandi problematiche per le famiglie. Per naturale ricambio il Ministero intende il decorso che normalmente hanno gli apparati tecnologici, stimando quelle delle TV intorno ai 5 anni e mezzo, quando in realtà una televisione dura in media anche otto o dieci anni, basandosi sui numeri del mercato. La stima del Ministero, stando a quanto afferma il mercato è erronea, tendente forse a gettare un po’ di fumo negli occhi, non tanto agli addetti ai lavori che erano ben consapevoli delle varie novità, piuttosto l’opinione pubblica era ancora ignara e per questo, malleabile.
Quello del Ministero sembra un atteggiamento distensivo, che è comprensibile in questo passaggio così delicato anche dal punto di vista politico, considerando la vicinanza delle elezioni.

Tempi stretti e l’assenza di simulcast

I tempi previsti dalla legge sono molto stretti, soprattutto per un passaggio a una modalità trasmissiva, il DVB-T2 con codec HEVC, che al momento vede, se va bene, solo il 5-8% del parco installato essere compatibile. Ma la stretta maggiore è quella imposta a partire dal 2022: l’impossibilità per qualsiasi emittente di fare simulcast. Con il termine simulcast si intende la possibilità di ottenere trasmissioni contemporanee nel vecchio e nel nuovo formato. Dunque verranno liberate tutte le vecchie frequenze per poi andare ad occupare quelle nuove previste dal PNAF, con un contestuale cambio della modalità trasmissiva, senza un periodo di transizione con entrambe le messe in onda. Ma non ci sarà possibilità di una “coabitazione” del medesimo canale nei due sistemi, cosa che permetterebbe, come fu tra il 2004 e il 2012, di far metabolizzare agli utenti il passaggio.
Si preannuncia un passaggio velocissimo, a tratti repentino, sempre se verranno rispettati i tempi e le scadenze. Bisognerà anche capire se le scadenze date possano essere rispettate o se siano state dettate dal troppo entusiasmo. Il passaggio dal DVB-T2 e HEVC sarà un vero e proprio schock per le prime emittenti che lo porteranno in essere. Questo potrebbe anche portare ad una certa riluttanza da parte degli editori ad essere i pionieri di questo passaggio, perchè potrebbe portare a dei ritardi.

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Ferdinando Iezzo

Sono un ex studente di Economia della Federico II di Napoli, attualmente vivo a Londra e sono appassionato di Risparmio. In che senso? Da quando mi son trasferito nel Regno Unito sono stato colpito dai differenti modi che popoli lontani hanno di gestire i propri risparmi. La micro-economia di ognuno di noi si muove in modo indipendente e io cerco di scovarne i segreti. Ho creato questo sito, grazie all'aiuto di alcuni amici, per condividere le mie idee e dare consigli a chi, come me, voglia migliorare la propria situazione economica e riuscire a risparmiare nel modo più semplice possibile.