L’IRPEF: come e quando pagarla e chi ne è veramente esente

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IRPEF è l’acronimo che viene usato per l’espressione imposta sul reddito delle persone fisiche: si tratta di un’imposta diretta, personale, progressiva e generale, in vigore nella Repubblica italiana. Ad oggi viene regolata dal testo unico delle imposte sui redditi, che è stato emanato con il Decreto del Presidente della Repubblica 22 dicembre 1986 n. 917.

Cenni storici

L’imposta sul reddito delle persone fisiche venne istituita per la prima volta con la riforma del sistema tributario del 1974, ai sensi del DPR 29 settembre 1973 n. 597 e conteneva 32 aliquote (dal 10% al 72%) per gli scaglioni di reddito da 2 a 500 milioni di lire. Con il successivo decreto n. 917/1986 la disciplina riguardante l’IRPEF si è raccolta in un unico testo che ha finito col sostituire i decreti presidenziali n. 597, 598 e 599 del 1973. Si ritiene che quest’imposta sia in grado di fornire all’incirca un terzo del gettito fiscale per lo Stato. Infatti nel 2009, a fronte di entrate tributarie pari a 433,37 miliardi di euro, 184,89 miliardi di euro erano derivati dall’IRPEF.

La base dell’IRPEF

La premessa dell’imposta è il possesso di redditi che rientrano in una delle seguenti categorie:

  • redditi fondiari;
  • redditi di capitale;
  • redditi di lavoro autonomo;
  • redditi di lavoro dipendente;
  • redditi di impresa;
  • redditi diversi.

È un’imposta progressiva poiché colpisce il reddito con aliquote che dipendono dagli scaglioni di reddito, ed è di carattere personale visto che è dovuta per i soggetti residenti sul territorio dello Stato, per tutti i redditi da loro posseduti (anche quelli prodotti all’estero). L’imposta lorda è determinata applicando al reddito complessivo, al netto degli oneri deducibili indicati nell’articolo 11 TUIR, le seguenti aliquote per scaglioni di reddito:

  • Per scaglioni di reddito da 0 a 15.000 €: l’aliquota è al 23% e l’imposta dovuta è del 23% sulla parte eccedente la no tax area;
  • Per scaglioni di reddito da 15.000,01 a 28.000: l’aliquota è al 27% e l’imposta dovuta è di 3.450 € + 27% sulla parte eccedente i 15.000 €;
  • Per scaglioni di reddito da 28.000,01 a 55.000: l’aliquota è al 38% e l’imposta dovuta è di 6.960 € + 38% sulla parte eccedente i 28.000 €;
  • Per scaglioni di reddito da 55.000,01 a 75.000: l’aliquota è al 41% e l’imposta dovuta è di 17.220 € + 41% sulla parte eccedente i 55.000 €;
  • Per scaglioni di reddito che superano 75.000: l’aliquota è del 43% e l’imposta dovuta è di 25.420 € + 43% sulla parte eccedente i 75.000 €.

Bisogna poi tenere presente che a partire dal secondo scaglione Irpef in poi, ossia in caso di reddito superiore a quello con aliquota Irpef base, le aliquote Irpef successive vengono applicate solo per la parte di reddito eccedente.

Struttura dell’IRPEF

La struttura dell’IRPEF è una sintesi giuridica tra due modelli di imposizione sul reddito che vengono da sempre (possiamo anche dire storicamente) usati in Italia: quello reale (delle imposte cedolari) e quello personale (dell’imposta complementare).
Il presupposto per l’imposta e la sua base imponibile vengono individuati nell’ambito delle discipline delle singole categorie di reddito, frutto della trasposizione dei principi e delle norme storicamente usate nelle imposte cedolari, mentre la modalità per la determinazione del reddito complessivo e dell’imposta si effettua su una base unitaria con disposizioni che attuano la personalità e la progressività, seguendo quella che è la logica della vecchia imposta complementare. Come già detto più in alto nel post, la base dell’IRPEF è, infatti, il possesso di redditi (che siano essi in denaro o in natura) rientranti nelle categorie espressamente previste dal legislatore (art. 6 t.u.i.r.): redditi fondiari (art. 25-43), redditi di capitale (art. 44-48), redditi di lavoro dipendente (art. 49-52), redditi di lavoro autonomo (art. 53-54), redditi di impresa (art. 55-66), redditi diversi (art. 67-71). In questo modo il legislatore rinuncia ad una definizione generale e unitaria del reddito che ha una valenza dal punto di vista fiscale, affermando una nozione nominalistica di reddito fiscale, secondo la quale è reddito tutto ciò che è normativamente qualificato come tale dalla disciplina delle singole categorie.
Ma cosa prevede la disciplina di ogni categoria di reddito? Questa disciplina prevede: una definizione autonoma del presupposto di categoria, un proprio principio di imputazione temporale, peculiari criteri di commisurazione della base imponibile, norme particolari sulla rilevanza delle componenti negative. La somma di tutti i redditi di categoria stabilisce il reddito complessivo, il cui ammontare consente di individuare l’aliquota per la determinazione dell’imposta; il sistema IRPEF prevede, infatti, aliquote progressive per scaglioni di reddito. Per garantire la personalità dell’imposta, sono previste detrazioni e deduzioni nella determinazione dell’IRPEF su base unitaria. La finalità sia delle deduzioni che delle detrazioni è quella di essere un’agevolazione: sono infatti tassativamente previste dalla legge e operano sulla determinazione dell’imposta, con la differenza che le deduzioni sono scomputate dalla base imponibile risultante dalla sommatoria dei redditi, mentre le detrazioni dall’ammontare dell’imposta.

Chi deve pagare l’IRPEF

I soggetti passivi dell’IRPEF (art. 2, D.P.R. 917/1986) sono:

  • coloro che sono residenti sul territorio italiano, per i cespiti posseduti ed i redditi prodotti in patria o all’estero;
  • coloro che non sono residenti sul territorio italiano, per i redditi prodotti nel territorio italiano;
  • i soggetti passivi impropri, ossia le società di persone e, con innovazione recente, le società di capitali i cui soci hanno optato per la cosiddetta “tassazione per trasparenza”, simile a quella delle società di persone. In questo caso è la società che deve consegnare la dichiarazione dei redditi, ma sono tenuti a pagare l’imposta i soci (non la società), secondo la loro quota di partecipazione agli utili prodotti dalla società stessa.

Dal primo gennaio del 1999, si considerano residenti, salvo prova contraria, i cittadini italiani cancellati dall’anagrafe dei residenti emigrati nei paradisi fiscali, Stati a regime fiscale privilegiato (art. 10, L. n. 448/1998).
In particolare va provato che il soggetto emigrato:

  • risieda a livello fiscale nel paese nella cui anagrafica risulta iscritto e non in Italia ad esempio contratto di una qualunque utenza (che sia acqua, gas o luce ecc) pagata nel Paese straniero;
  • vi svolga la propria attività (ad esempio un contratto di lavoro);
  • abbia trasferito nel Paese a regime fiscale privilegiato i propri interessi familiari, sociali ed economici (ad esempio risultare iscritto nelle liste elettorali).

È considerato residente il soggetto iscritto all’anagrafe italiana per la maggior parte dell’anno. Con l’espressione “maggior parte dell’anno” si intende almeno 183 giorni in un anno, anche se non continuativi (184 per gli anni bisestili). È considerato residente anche chi ha per la maggior parte dell’anno in Italia il domicilio o la residenza, anche se non risulta iscritto all’anagrafe.
Va precisato (c.m. 201/1996) che nel computo dei 183 giorni, per i lavoratori dipendenti, vanno considerate le frazioni di giorno, giorni di festivi e non lavorativi in cui è stata svolta l’attività lavorativa, giorno di arrivo e partenza e i giorni di malattia. Il reddito prodotto in Italia da soggetti non residenti non comporta l’esclusione dall’assoggettamento ad imposta. Il trasferimento all’estero di un soggetto che però mantiene l’abitazione in Italia, e quindi l’assenza più o meno lunga.

Chi è esente dal pagamento dell’IRPEF

Sono esenti dal pagamento della tassa IRPEF le persone con una delle seguenti caratteristiche:

  • redditi di pensione fino a 7.500 euro (7.750 euro per i contribuenti di età pari o superiore a 75 anni), se goduti per l’intero anno;
  • redditi di pensione fino a 7.500 euro, goduti per l’intero anno, redditi di terreni per un importo non superiore a 185,92 euro e reddito dell’unità immobiliare adibita ad abitazione principale e delle relative pertinenze;
  • redditi di lavoro dipendente o assimilato fino a 8.000 euro (per un periodo di lavoro non inferiore ad un anno);
  • compensi derivanti da attività sportive dilettantistiche fino 7.500 euro;
  • rendita catastale dell’unità immobiliare adibita ad abitazione principale e delle relative pertinenze;
  • assegni periodici corrisposti dal coniuge fino a 7.500 euro;
  • redditi dominicali dei terreni, redditi agrari e redditi dei fabbricati per un importo complessivo non superiore a 500 euro;
  • redditi assimilati a quelli di lavoro dipendente o altri redditi per i quali la detrazione prevista non è rapportata al periodo di lavoro, fino a 4.800 euro.

Quando si paga l’IRPEF

L’Irpef è un’imposta che si applica in diversi modi a seconda delle diverse tipologie di reddito: per comodità possiamo semplificare dicendo che nell’ambito dei rapporti di lavoro dipendente si attua un prelievo mensile in busta paga e nei mesi tra marzo e giugno si procede alla liquidazione del saldo Irpef e del versamento dell’acconto IRPEF per l’anno successivo.
Nel caso invece dei redditi di lavoro autonomo, quanto dovuto si deve versare entro il 16 giugno (o anche del mese successivo, luglio, con una maggiorazione dell’importo dovuto pari allo 0,40%) distinguendo tra saldo Irpef dell’anno e acconto Irpef per l’anno successivo. Il primo acconto è pari al 40% del saldo riferito all’anno precedente mentre entro il 30 novembre si pagherà il secondo ed ultimo acconto pari al restante 60%.

Cos’è la No Tax Area?

La No Tax Area (deduzioni da lavoro e da pensione) è un valore di reddito al di sotto del quale la persona diventa esente da imposizioni fiscali. La parte, buona, di reddito non è soggetta a tassazione ed è inversamente proporzionale al reddito percepito fino ad annullarsi dopo un certo valore. Per il 2016, la No Tax Area è stata allargata ai pensionati al di sopra dei 75 anni che abbiano un reddito complessivo inferiore agli 8.000 euro l’anno e ai lavoratori dipendenti con un reddito complessivo inferiore agli 8.000 euro annui.
Con la Legge sulla Finanziaria del 2007 questo meccanismo è stato trasformato in equivalenti detrazioni d’imposta.
La no tax area si divide in due parti:

  • una, per tutti i contribuenti, pari (ora) a 3.000 euro;
  • una, spettante ai lavoratori dipendenti o ai pensionati o ai lavoratori autonomi, pari a:
  1. per i lavoratori dipendenti: 4.500 euro moltiplicato per i giorni di lavoro e diviso per il numero di giorni dell’anno d’imposta
  2. per i lavoratori autonomi: 1.500 euro;
  3. per i pensionati: 4.000 euro moltiplicato per i giorni di lavoro e diviso per il numero di giorni dell’anno d’imposta.