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Contratti a progetto, cosa sono e come funzionano

I contratti di lavoro a progetto, chiamati anche co.co.pro., sono una tipologia di contratto di lavoro disciplinata dal D. Lgs. n. 276/2003, la cosiddetta Legge Biagi: la loro particolarità sta nel fatto che l'attività svolta dal collaboratore deve avvenire nell'ambito di uno "specifico progetto", la cui durata e i cui contenuti devono essere determinati. È questo il motivo per cui non può esistere una dipendenza tra lavoratore e datore di lavoro.

La tipologia è quella di un contratto di lavoro autonomo, altrimenti detto parasubordinato perché non preved vincoli di subordinazione.

Essendo una tipologia diversa dal normale contratto (a tempo indeterminato o determinato) prevede anche tutele che sono molto diverse rispetto a quelle dei lavoratori dipendenti: a partire dalla malattia fino alla gravidanza.

Questo tipo di contratto nasceva inizialmente per fermare i contratti di collaborazione continuativa e coordinata, ossia i co.co.co, e cercare di regolamentare i rapporti di collaborazione.

La Riforma Fornero regolò successivamente questo nuovo tipo di contratti, fino ad arrivare al Jobs Act.

Le peculiarità del contratto a progetto sono:

  • il contratto deve essere scritto;
  • è un lavoro autonomo;
  • il progetto per cui viene assegnato l'incarico deve risultare chiaro nel contratto, così come il suo obiettivo;
  • non esiste alcun vincolo di subordinazione, né a livello di orario né di luogo.

Il Jobs Act e il suo impatto sui contratti a progetto

Più che di cambiamenti, sarebbe più corretto parlare di tagli.

Infatti il Jobs Act, fin dalla sua introduzione, si era posto l'obiettivo di eliminare completamente l'uso del contratto a progetto.

Dal giugno del 2015 nessun datore di lavoro può più stipulare nuovi contratti a progetto. Per chi aveva contratti a progetto che già esistevano prima di giugno 2015, la legge ha imposto la loro decadenza a partire dal 1 gennaio 2016, pena il trasformarsi subito in contratti di lavoro subordinato, ossia a tempo determinato o a tempo determinato.

Le aziende che hanno stabilizzato i propri collaboratori a progetti nel 2015, facendoli diventare lavoratori regolarmente dipendenti (anche formalmente), hanno potuto usufruire della sanatoria che ha tolto le violazioni connesse rispetto al rapporto di lavoro precedente, firmando un accordo di conciliazione tra datore di lavoro e lavoratore: in questo modo il lavoratore rinuncia ad ogni eventuale rivendicazione giudiziaria e il datore si impegna a non licenziarlo per almeno un anno.

Il Jobs Act inoltre prevede che, sempre dal 1 gennaio 2016, tutti i rapporti di lavoro subordinato si sarebbero dovuti trasformare in contratti con prestazioni di lavoro personali e continuative, organizzate dal datore di lavoro sia per gli orari che per il luogo di lavoro.

Le eccezioni

Ma i contratti a progetto non si sono estinti del tutto, ne sopravvivono alcune forme che il Jobs Act non ha visto come collaborazioni _negative _per i lavoratori.

Queste collaborazioni positive sono quelle collaborazioni vere, dove il lavoratore può esercitare la propria professione in totale autonomia, senza esclusività. Si parla in modo diverso di "presunta subordinazione". Sono esclusi da quest'ultima quei lavori regolati dalla contrattazione collettiva.

Si possono continuare ad avere collaborazioni continuative e coordinate nelle seguenti situazioni:

  • nel caso di professioni intellettuali, per le quali è necessaria l'iscrizione in appositi albi professionali (architetti, ingegneri);
  • nel caso di attività prestate nell'esercizio della loro funzione dai componenti degli organi di amministrazione e controllo delle società;
  • nel caso di prestazioni lavorative rese a fini istituzionali in favore di associazioni e società sportive dilettantistiche.

Per questi 3 casi, più quelli regolati da appositi CCNL, è dunque possibile attuare un co.co.co. sempre a patto che NON sia vincolante.

Vengono escluse dal campo d'applicazione della disciplina del co.co.pro. le prestazioni lavorative occasionali di durata non superiori alle 30 giornate nel corso dell'anno solare (ovvero 240 ore nell'anno solare e nell'ambito dei servizi di cura ed assistenza alla persona), definendo così, in modo più chiaro, il concetto di collaborazione occasionale.

La retribuzione nei contratti a progetto

La retribuzione nei contratti a progetto prevede il pagamento dell'intero progetto, che poteva essere suddiviso in rate mensili o bimestrali/trimestrali, cosa che rende il pagamento simile ad uno stipendio.

Il lavoratore può anche essere pagato a progetto terminato.

Visto che il lavoratore non è un dipendente, ma lavora in autonomia, la sua retribuzione deve essere proporzionata alla quantità e alla qualità del lavoro svolto. A prescindere da questo, però, la retribuzione non sarebbe dovuta in alcun modo essere inferiore al minimo retributivo previsto dal contratto collettivo di quel settore lavorativo. In questo modo, la retribuzione del collaboratore a progetto sarebbe stata equivalente a quella del lavoratore dipendente della stessa azienda.

I contributi

Nei contratti a progetto i contributi INPS vanno calcolati in questo modo:

  • 2/3 a carico del datore di lavoro,
  • 1/3 a carico del lavoratore.

L'obbligo a versare i contributi spetta al committente anche per quanto riguarda la quota a carico del lavoratore, che viene trattenuta in busta paga all'atto della corresponsione del compenso.

Per la pensione, tutti i collaboratori a progetto devono essere iscritti alla Gestione Separata Inps e versare i contributi secondo l'aliquota prevista per l'anno corrente. Nel 2016 tale aliquota per coloro che avevano un contratto parasubordinato doveva essere del 31%, bloccata poi al 27%.

Per i titolari di Partita IVA

Dopo l'entrata in vigore del Jobs Act, per quanto riguarda l'obbligo assunzione co.co.co. e titolari di Partita IVA, per i quali è scattata la presunzione di lavoro subordinato, il Ministero del lavoro chiarì nella circolare n.3 che _i datori di lavoro privati che effettuano l'assunzione per quei dipendenti che svolgono presso di loro una collaborazione coordinata e continuativa (anche a progetto) con contratto di lavoro subordinato a tempo indeterminato dei soggetti che lavoravano presso di loro con contratti di collaborazione coordinata e continuativa, anche a progetto, o di soggetti titolari di partita IVA con cui sono stati intrattenuti rapporti di lavoro autonomo, possono ottenere dei vantaggi come ad esempio l'estinzione di illeciti amministrativi, contributivi e fiscali connessi all'erronea qualificazione del rapporto di lavoro.

Conclusioni

Attualmente, almeno sul fronte delle nuove imprese (soprattutto digital) si sta imponendo prepotentemente il sistema del Coworking, in grado di ridurre le spese per i capi d'azienda, che risparmiando sul luogo di aggregazione della loro impresa (questo perché nel coworking coesistono diverse realtà imprenditoriali in un'unica sede) potrebbero spendere i soldi risparmiati per sciogliere alcuni contratti di lavoro precario a favore di veri contratti di lavoro.

Così come per i voucher INPS, anche i contratti a progetto si sono rivelati un flop.

Entrambe le iniziative partivano con le migliori intenzioni, la prima per debellare il lavoro a nero e la seconda per permettere una più stretta collaborazione tra i liberi professionisti e le aziende, ma purtroppo non sono riuscite in questo intento. Questo perché si è riusciti quasi subito a trovare delle scappatoie che permettessero alle aziende e agli imprenditori di arricchirsi alle spalle dei lavoratori che, chiaramente necessitanti di una qualsiasi forma lavorativa, hanno accettato di lavorare da "dipendenti di fatto" con un inquadramento tutt'altro che regolare!