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Cos’è il Jobs Act e come si integra nella riforma del lavoro

Il Jobs Act è stato corrispondente alla legge che ha portato il governo ad apportare delle riforme nel mondo del lavoro tramite l'utilizzo di decreti attuativi.

Che cos'è nel dettaglio il Jobs Act

Una delle principali novità di questa riforma rispetto alle leggi sul lavoro che c'erano in precedenza ha a che fare con l'introduzione del contratto a tutele crescenti.

Questo tipo di contratto tende a privilegiare tutti quelli che sono i contratti a tempo indeterminato rispetto ad altre forme di assunzione come per esempio il contratto a progetto o ancora di più il contratto a tempo determinato. Ma le novità non sono finite così presto, naturalmente.

Una delle novità introdotte è stata quella delle sanzioni previste nel caso occorresse un licenziamento illegittimo di un dipendente. Infatti, qualora accadesse una situazione del genere nonostante venga previsto comunque il reintegro del lavoratore nella stessa posizione occupata precedentemente al licenziamento illegittimo questa ultima situazione non costituisce la modalità preferenziale per la risoluzione di tale controversia.

Difatti con la nuova riforma del lavoro è stata data la possibilità di dare risarcimenti ai lavoratori licenziati. L'importo dell'indennità in questo caso veniva calcolato sulla base degli anni di anzianità del lavoratore con importi crescente in maniera direttamente proporzionale rispetto all'anzianità di servizio. Più dettagliatamente l'indennizzo prevede due casi:

  • alle aziende che presentano una quantità di dipendenti superiori ai 15 spetta la retribuzione di due mensilità per ogni anno di lavoro svolto dal lavoratore presso il medesimo datore di lavoro e deve esservi un riconoscimento minimo di quattro retribuzioni ed un massimo numero di retribuzioni pari a ventiquattro.
  • per le aziende che invece hanno una quantità di dipendenti inferiore a 15 è prevista la retribuzione di una singola mensilità di indennizzo per ogni anno svolto dal lavoratore, fino ad un massimo di dodici.

In più grazie alla riforma è stata contenuta la possibilità di ricorrere alla collaborazione coordinata continuativa (i contratti che vengono denominati spesso co.co.co). Difatti, ovemai il rapporto di committenza preveda luoghi e tempi di svolgimento del lavoro determinati dal committente, il contratto prende tutte le qualifiche di un contratto di lavoro dipendente e deve essere dunque regolato di conseguenza.

Questo aspetto in particolar modo è volto alla diminuzione del ricorso a contratti di collaborazione che spesso servono a camuffare i rapporti di lavoro dipendenti, soprattutto per quanto riguarda le partite IVA fasulle (cioè quelle aperte ad hoc su richiesta del datore di lavoro).

In più, il Jobs Act ha eliminato la forma del contratto a progetto come veniva inteso prima, e ciò è accaduto sempre per riuscire a ridurre il ricorso scorretto a questa tipologia di rapporto di lavoro, esattamente come i contratti co.co.co.

Nonostante ciò però continua la possibilità di iniziare collaborazioni con professionisti tramite l'utilizzo della partita IVA, per le quali non si prevede però la possibilità di operare per un unico committente. Se ciò dovesse accadere ci sarà poi la necessità di convertire questo tipo di collaborazione in un contratto di lavoro dipendente a tutti gli effetti.

Cosa cambia per i lavoratori dipendenti

Oltre alle modalità di risarcimento in caso di licenziamento illeggittimo, la riforma del lavoro del 2018 ha previsto anche la possibilità di cambiare i compiti assegnati al lavoratore, per riuscire in una organizzazione aziendale più efficiente.

Tutto ciò viene a costituirsi per i lavoratori in una possibilità reale di demansionamento o di poter essere spostati presso altri reparti o addirittura altre sedi di lavoro.

Ad ogni modo, nel caso in cui suddetto cambio di mansione sia stato inflitto a scopo puramente punitivo e disincentivante è possibile ricorrere ad un giudice del lavoro che potrà prima di tutto assicurarsi dell'appartenenza della mansione allo stesso livello. In questo caso, il datore di lavoro può essere obbligato a reintegrare il lavoratore nella mansione svolta da lui in precedenza o in una mansione che sia analoga in quanto a luogo e a posizione.

Il Jobs Act in più prevede anche il cosiddetto smartworking, cioè del lavoro svolto da remoto (ossia a distanza) rispetto alla sede di lavoro, una tipologia di lavoro che spesso ha a che fare anche con le web company.

Anche qui, comunque, viene prevista la possibilità di controllare la posizione del dipendente da parte del datore di lavoro, che comunque però non potrà infrangere quella che è la privacy del lavoratore.

Per quanto riguarda i lavoratori autonomi e i congedi parentali

In questi casi la riforma del lavoro ha potuto introdurre ulteriori novità anche per quanto concerne i lavoratori autonomi. In questo specifico caso però, per quanto riguarda le lavoratrici, è stata estesa la tutela della maternità anche alle lavoratrici autonome.

Per quanto riguarda invece i veri e propri congedi di maternità, vi è presente una maggiore possibilità di fruizione che è stata affermata anche per tutte le famiglie che adottano un bambino diventandone così i tutori o genitori affidatari. Infatti anche in questa occasione è possibile richiedere il congedo di maternità o il congedo di paternità, che dovranno imperativamente venire concessi indipendentemente dall'età del minore adottato per favorire la sua integrazione nel nucleo familiare.

Congedo di maternità e Jobs Act: cosa è cambiato

Questo periodo di astensione dal lavoro facoltativo può essere richiesto in modo continuativo o frazionato fino ai 12 anni di vita del figlio (prima del D. Lgs. 80/2015 attuativo del Job Act, il limite d'età era infatti fermo agli 8 anni) ed è equivalente ad un massimo di 6 mesi per la madre e 6 o 7 per il padre (in questo caso si parlerà di congedo di paternità, specie se questi usufruisce di almeno 3 mesi di congedo) per un periodo complessivo che, tra i due genitori, non deve superare i 10 mesi.