Cosa è la ritenuta d’acconto e come applicarla

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La ritenuta d’acconto è una trattenuta Irpef (o Ires) che viene effettuata sulle somme di denaro o bonifici che si percepiscono dai clienti o datori di lavoro, banche o istituti finanziari, detti anche sostituti di imposta.

Quante tipologie di ritenute d’acconto esistono?

Esistono moltissime tipologie diverse di ritenuta d’acconto, ma quelle che vengono più utilizzate sono sempre le stesse:

  1. Ritenuta a titolo di acconto;
  2. Ritenuta a titolo di imposta;

Nel primo caso significa che stabilito 10.000 per l’onorario con un cliente, verrà applicata, in alcuni casi, una ritenuta del 20% a titolo di acconto (questo capita spesso quando si emette una ricevuta o una fattura nei confronti di un soggetto titolare di partita Iva). Ciò significa che percepiremo solo 8.000 mentre i restanti 2.000 rappresentano un’anticipazione sulle imposte che andremo a pagare su quei 10.000 (il 23% a titolo di Irpef), meno le ritenute che già sono state versate per noi ossia per nostro conto dal nostro datore di lavoro o cliente. Se invece fossero state a titolo di imposta le ritenute avrebbero potuto comunque avere come aliquota il 20% ma in questo caso la tassazione su quei 10.000 euro si esauriva con quel 20%.

Quali sono i redditi su cui si applicano le ritenute d’acconto

I redditi degli autonomi che sono soggetti a ritenuta di acconto sono previsti dall’art. 25 dpr 600/73- Ritenuta sui redditi di lavoro autonomo e altri redditi” e 25 bis- Ritenuta sulle provvigioni inerenti rapporti di commissione, di agenzia, di mediazione, di rappresentanza, procacciatore di affari”. L’art.25 specifica che sono soggetti a ritenuta: “i compensi comunque denominati, anche sotto forma di partecipazione agli utili, per prestazioni di lavoro autonomo, ancorché non esercitate abitualmente ovvero siano rese a terzi o nell’interesse di terzi o per l’assunzione di obblighi di fare, non fare o permettere”.
La ritenuta d’acconto per i redditi sopra definiti è sempre dovuta tranne:

  • per coloro che aderiscono al regime forfetario come introdotto dagli art. 54-89 della Legge di stabilità 2015 (L.190/2014);
  • per i compensi con importo inferiore a 25,82 euro corrisposti per prestazioni di lavoro autonomo occasionale da enti pubblici e privati non commerciali, a condizione che non si tratti di acconti di maggior compensi.

Quando è obbligatorio applicare in fattura la ritenuta d’acconto? Diventa obbligatoria la ritenuta d’acconto per tutti quei soggetti che pagano un compenso a professionisti ed artisti per avere prestazioni di lavoro autonomo. Nello specifico, i soggetti, sostituti di imposta, per cui vige l’obbligo di ritenuta d’acconto sono:

  • Persone fisiche che esercitano attività d’impresa o arte e professione;
  • Società di persone e gli enti equiparati;
  • Società di capitali residenti nel territorio dello Stato;
  • Enti pubblici e privati diversi dalle società;
  • Società ed Enti non residenti in Italia;
  • Associazioni non riconosciute;
  • Condomini;
  • Curatori Fallimentari;
  • Pubblica Amministrazione;
  • Imprese Agricole;
  • Trust;
  • Gruppi Europei di Interesse Economico (G.E.I.E).

Pagamenti soggetti alla ritenuta d’acconto

In linea di principio sono soggetti a ritenuta d’acconto i seguenti redditi:

  • redditi da lavoro dipendente;
  • redditi da lavoro autonomo;
  • redditi da capitale;
  • ogni altro reddito soggetto per legge a ritenuta.

Per i lavoratori autonomi la ritenuta d’acconto si applica sui compensi addebitati dagli stessi nei confronti dei titolari di una partita IVA.
In una tale prospettiva, dunque, il ruolo di sostituto d’imposta è rivestito dal soggetto debitore che effettua il versamento all’erario in luogo del professionista ma una parte del compenso per la prestazione di quest’ultimo viene detratta.

Le ritenute d’acconto per i professionisti

Le ritenute d’acconto usate per i professionisti vengono applicate quando viene svolta una prestazione occasionale. Le prestazioni occasionali sono quelle di norma soggette ai contratti a progetto, la cui regolamentazione è stata spesso sotto i riflettori nell’ultimo periodo.
Nella grande maggioranza dei casi la situazione che si presenta è questa: il vostro cliente titolare di partita IVA verserà un modello F24 con codice tributo 1040, a titolo di Irpef, per vostro conto, anticipando di fatto parte delle tasse che dovrete poi liquidare con la dichiarazione dei redditi.
Dopo che ogni cliente avrà versato le ritenute d’acconto bisognerà comunicare entro fine febbraio l’ammontare delle ritenute di imposta che ha versato nel corso dell’anno precedente (queste sono chiamate certificazioni dei sostituiti di imposta o certificazione unica). Queste certificazioni vi serviranno perchè durante la dichiarazione potrete indicare l’ammontare delle ritenute (ossia delle tasse) che altri hanno già versato per voi. Quindi se dovevate 1.000 euro di imposte e vi hanno applicato nel corso dell’anno 400 euro di ritenute d’acconto, a giugno dovrete solo versare 600 a titolo di saldo di imposta: è il meccanismo della sostituzione di imposta per cui chi sta a monte del processo impositivo trattiene una somma a titolo di imposta per il soggetto che sta più a valle.

Le ritenute d’acconto su redditi di lavori indipendenti

Questa tipologia è indubbiamente la più conosciuta, dato che sono anche le ritenute d’acconto più visibili: spesso infatti può capitare di prendere in mano la busta paga e vedere le ritenute (non trattenute) che vi sono state applicate a titolo di irpef e che ogni mese continuano a detrarre dal compenso lordo mensile.

Le ritenute d’acconto su redditi di capitale

Esistono però anche altre famiglie di ritenute d’acconto, come quelle sui redditi di capitale  in cui vedrete che al momento della percezione dei proventi derivante da un investimento finanziario vi saranno applicate delle ritenute a titolo o di acconto o di imposta (12,5%, 20% o 27% a seconda della natura dello strumento finanziario e della durata del possesso) anche se proprio ultimamente la maggior parte sono passate al 26%. Per approfondire l’argomento bisognerà ampliare il discorso includendo anche la tassazione delle rendite finanziarie, che è stata approvata con l’entrata in vigore del Dl n. 66/2014 a cui ha fatto seguito la Legge di Stabilità 2015. Questa nuova legge ha imposto, per particolari esigenze di Bilancio, l’aumento dal 20% al 26% dell’aliquota sulle rendite finanziarie. Il 26% dell’aliquota sulle rendite finanziarie si applica ai redditi di capitale ma anche ai redditi diversi di natura finanziaria ossia ai redditi finanziari che vengono percepiti dal contribuente attraverso l’esercizio di attività di impresa; per quanto riguarda invece le plusvalenze relative alle partecipazioni qualificate queste sono soggette alla tassazione sostitutiva. Sui contratti annuali di obbligazioni e titoli passibili all’imposta sostitutiva della durata di 12 mesi stipulati prima dell’entrata in vigore del nuovo regime fiscale si applica un’aliquota di rendite finanziarie compresa tra il 12% ed il 20% in base al caso specifico, invece sui contratti sottoscritti dal 1° luglio 2014 si applica l’aliquota del 26%.

L’aliquota ordinaria e la base imponibile

L’aliquota ordinaria per le ritenute d’acconto relative a redditi di lavoro autonomo corrisponde al 20% dell’imponibile. Bisogna però precisare che non si applica la ritenuta a titolo d’acconto del 20% ma una ritenuta a titolo di imposta pari al 30% dell’ammontare corrisposto per le prestazioni lavorative svolte nel territorio dello Stato dai soggetti che percepiscono i compensi ma che non risiedono in Italia. Invece, la base imponibile sulla quale applicare l’aliquota è composta da molteplici voci ossia: dai compensi professionali, dai rimborsi per spese diverse da quelle di ristorazione o alberghiere, dal contributo al 4% ma solo per gli iscritti alla gestione separata Inps (e non per gli iscritti alle casse previdenziali degli ordini professionali).

Il versamento della ritenuta d’acconto

Il versamento della ritenuta d’acconto va fatto dal sostituto d’imposta entro il giorno 16 del mese successivo a quello in cui è avvenuto il pagamento. Se il giorno 16 è un giorno festivo (o sabato) il versamento dovrà essere posticipato al primo giorno utile. L’unico mese che fa eccezione a questa regola è il mese di agosto poiché in genere la scadenza per il versamento della ritenuta viene fissata per il giorno 20. Si può procedere al versamento tramite il modello F24 usando i codici tributo identificativi del tipo di reddito corrisposto, reperibili sul sito dell’Agenzia delle entrate.

Quando la ritenuta d’acconto non è necessaria

Esistono anche delle situazioni per cui la ritenuta d’acconto non è necessaria e adesso vi segnaleremo quali. Da quanto letto più in alto nel post, i redditi assoggettati a ritenuta d’acconto sono tutti quei compensi provenienti da prestazioni di lavoro autonomo anche occasionale e le provvigioni inerenti i rapporti di commissione, agenzia, mediazione, rappresentanza e procacciatore d’affari. Le situazioni in cui questa non è dovuta è nel caso in cui il compenso sia corrisposto per prestazioni di lavoro autonomo occasionale da enti pubblici e privati non commerciali, purché non si tratti di acconto di maggiori compensi e l’importo sia inferiore a 25,82 euro. La ritenuta d’acconto non è poi dovuta per le prestazioni rese da coloro che aderiscono al regime forfetario e al regime dei minimi.

Le omissioni della ritenuta d’acconto

Ultimamente, con la legge D.Lgs. n. 158 del 2015, sono entrate in vigore le nuove norme relative alle sanzioni per l’omesso versamento delle ritenute e ai reati tributari. Come sappiamo, l’evasione fiscale è da sempre uno dei più grandi reati contro cui lo Stato Italiano combatte ed è in quest’ottica che deve essere letta questa legge. L’omesso versamento delle ritenute certificate è un reato previsto e punito dall’art. 10 bis del D.lgs. 74/2000. Chiunque trasgredisca queste normative, chiunque non effettui il versamento entro i termini previsti per presentazione della dichiarazione annuale di sostituto di imposta ritenute dovute sulla base della stessa dichiarazione o risultanti da eventuali certificazioni rilasciati ai sostituti, può essere punito con la reclusione che può andare da sei mesi a due anni. In sostanza, la condotta sanzionata consiste nell’omesso versamento delle ritenute dovute sulla base della dichiarazione entro i termini di legge. Affinché il fatto assuma rilevanza penale il mancato versamento deve essere superiore a 150 mila euro. A prescindere dall’entità dell’omissione, chiunque non versi la ritenuta d’acconto, in qualunque caso, può andare incontro a conseguenze di carattere fiscale.
Le sanzioni base applicabili, più precisamente sono due e sono disciplinate dagli articoli 13 e 14 del decreto legislativo numero 471/1997. Nel dettaglio, chi non esegue, in tutto o in parte, le ritenute alla fonte è soggetto alla sanzione amministrativa pari al 20% dell’ammontare non trattenuto, mentre chi, pur avendo eseguito la ritenuta, non procede ai versamenti è soggetto alla sanzione amministrativa del 30% di ogni importo non versato. La sanzione, infine, è sempre al 20% per chi non opera né versa la ritenuta. È comunque possibile avvalersi del meccanismo del ravvedimento operoso, con conseguente diminuzione delle sanzioni da 1/10 sino a un 1/5 del minimo a seconda del termine entro il quale si provvede alla regolarizzazione. Il ravvedimento operoso consiste essenzialmente nella facoltà concessa al contribuente di regolarizzare la sua posizione tributaria pagando delle sanzioni in misura ridotta e commisurata alla tempestività del ravvedimento. Bisogna poi precisare che la sanzione ordinaria per i versamenti eseguiti con un ritardo non superiore a 90 giorni dalla scadenza è poi ridotta alla metà e su tale riduzione si applica l’ulteriore diminuzione del ravvedimento operoso. Nel caso in cui i versamenti siano effettuati con un ritardo non superiore a 15 giorni, la sanzione può essere ridotta ulteriormente.