Norme e figure di riferimento per la sicurezza sul lavoro

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“Il lavoro nobilita l’uomo” è uno dei grandi mantra che fondano la nostra società, specie in questi anni di grande crisi. Molto spesso abbiamo sentito anche fare numerosi giri di parole su quanto in realtà l’Italia non sia una repubblica fondata sul lavoro così come recita il primo articolo della Costituzione. Giri di parole a parte, il lavoro fa da sempre parte della nostra società e del nostro modo di vivere, è un diritto ed anche un dovere del cittadino.
Il lavoro è dunque importantissimo ma ancora più importante è la sicurezza sul lavoro, argomento molto delicato e spesso anche un po’ ignorato. La salute e la sicurezza sull’ambiente lavorativo si creano innanzitutto con un’attività di prevenzione. Bisogna infatti educare le persone alla cultura della prevenzione, tramite formazione e informazione: questo perché i lavoratori non sono solamente i soggetti tutelati ma anche attori attivi, devono essere consapevoli delle condizioni del proprio ambiente di lavoro, dell’uso dei dispositivi di sicurezza e partecipanti alla valutazione dei rischi e nella prevenzione. La sicurezza sul lavoro rientra nella grande tematica della tutela del consumatore e del lavoratore.

Dal punto di vista normativo

La norma di riferimento è il “Testo Unico della sicurezza sul lavoro” (D.Lgs. 81/2008 e s.m.i., così come modificato dal Decreto Legislativo n.151/2015), elaborato recependo le direttive comunitarie che si basano sul principio della programmazione e della partecipazione di tutti i soggetti coinvolti nel processo di miglioramento delle condizioni di prevenzione e tutela della salute sul luogo di lavoro.

Il Testo Unico ha come fine quello di elencare le misure generali di tutela del sistema di sicurezza aziendale, che sono poi integrate dalle misure di sicurezza, che vengono previste per specifici rischi o settori di attività (es. movimentazione manuale di carichi, videoterminali, agenti fisici, biologici e cancerogeni, etc.). Sono fondamentali le attività formative (informazione e addestramento) rivolte ai lavoratori, nonché alle diverse figure interessate dalla materia della sicurezza e prevenzione sul luogo di lavoro (secondo le indicazioni individuate nell’Accordo Stato Regione del 21 dicembre 2011, allegato A). Oltre a questo, però, vi sono altre disposizioni (circolari, direttive europee, raccomandazioni e linee guida) che concorrono a rendere il quadro più completo.
Il Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali, unitamente al Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, all’INAIL ed ad altre istituzioni pubbliche e private, realizza numerose iniziative per la divulgazione della cultura della sicurezza per creare una generazione di lavoratori consapevoli dei rischi che si incontrano sul luogo di lavoro e responsabili dei comportamenti che si devono tenere negli ambienti di lavoro.

Rischi sul lavoro

Ogni ambiente di lavoro presenta diverse tipologie di rischio a seconda dell’attività lavorativa svolta. Tra gli obblighi del datore di lavoro c’è proprio la valutazione dei rischi, l’adozione di misure di prevenzione e la verifica delle misure prese al fine di eliminare o ridurre gli stessi. Ovviamente alcuni lavori sono già di per sé molto pericolosi, come quelli in cantiere, nelle miniere e nell’edilizia in generale.
A seconda del ruolo che si ricopre, cambiano le responsabilità e i doveri in merito alla sicurezza nell’ambito di lavoro:

Il ruolo del Datore di lavoro e/o Dirigente:

  1. Valuta i rischi con l’elaborazione del Documento di Valutazione dei Rischi (DVR);
  2. Indica il programma delle misure di prevenzione idonee a garantire i livelli di sicurezza;
  3. Dota i lavoratori dei dispositivi di protezione individuale (DPI):
  4. Individua e nomina i soggetti in grado di contribuire alla tutela della
    salute dei lavoratori:
    – Il responsabile del servizio prevenzione e protezione
    – il RSPP (il datore di lavoro può anche autonominarsi);
    – Il medico competente (MC);
    – I lavoratori incaricati ad attuare le misure di gestione delle emergenze (Incaricato lotta antincendio);
    – L’Incaricato primo soccorso.

Il ruolo del Responsabile del Servizio di Prevenzione e Protezione:

  1. Individua i fattori di rischio e le misure per la sicurezza sul lavoro, coordinando la stesura del DVR (Documento di Valutazione dei Rischi);
  2. Elabora le misure preventive e protettive necessarie, fornendo ai lavoratori le informazioni sui rischi dell’attività;
  3. Propone programmi di informazione e formazione dei lavoratori.

Il ruolo del Preposto:

  1. Vigila sull’osservanza degli obblighi da parte dei lavoratori e delle disposizioni aziendali in materia di salute e sicurezza sul lavoro;
  2. Segnala tempestivamente le deficienze di mezzi e attrezzature di lavoro, dei DPI e la presenza di particolari rischi;
  3. Frequenta appositi corsi di formazione.

Il ruolo dell’Incaricato Primo Soccorso (IPS):

  1. Interviene in caso di presenza di infortunio di un soggetto, ne valuta le condizioni ed eventualmente attiva la catena dei soccorsi;
  2. Presta le prime cure effettuando manovre di primo soccorso.

Il ruolo dell’Incaricato Lotta Antincendio (ILA):

  1. Controlla la presenza e la disponibilità delle misure antincendio;
  2. Interviene in caso di principio di incendio per contenerlo e/o estinguerlo.

Il ruolo del Medico Competente:

  1. Effettua gli accertamenti sanitari ed esprime i giudizi di idoneità verso la mansione specifica;
  2. Istituisce e aggiorna la cartella sanitaria e di rischio;
  3. Fornisce informazioni ai lavoratori sugli accertamenti sanitari;
  4. Collabora all’attività di formazione e informazione.

Il ruolo del Rappresentante dei Lavoratori per la Sicurezza (RLS).

Questa figura è da cercare all’interno dei lavoratori, se l’azienda presenta fino a 15 dipendenti, oltre i 15 lo si elegge individuandolo all’interno della rappresentanza sindacale, (se esistente):

  1. Accede a tutti gli ambienti di lavoro e propone piani di miglioramento per la salute dei lavoratori;
  2. Consulta il DVR e il registro infortuni;
  3. Partecipa alle riunioni e ai sopralluoghi del medico competente e degli organismi di vigilanza;
  4. Partecipa alla riunione periodica con il RSPP.

Il ruolo del Lavoratore:

  1. Utilizza correttamente macchinari, utensili, DPI;
  2. Segnala le deficienze di mezzi e dispositivi di sicurezza e condizioni di pericolo;
  3. Può far parte delle squadre di emergenza (antincendio e primo soccorso);
  4. Non modifica senza autorizzazione i dispositivi di sicurezza o di controllo;
  5. Si sottopone ai controlli sanitari previsti;
  6. Frequenta i corsi di formazione previsti.

Sanzioni previste

Rispetto alla precedente legge sulla sicurezza (626/94), il testo unico introduce una razionalizzazione delle sanzioni, amministrative e penali, in caso di violazione degli obblighi previsti per le figure responsabili della sicurezza sul lavoro: datore di lavoro, dirigente, preposto e lavoratore. Le sanzioni sono commisurate ai rischi presenti sul luogo di lavoro e l’obiettivo che si è posto il legislatore è quello di una migliore corrispondenza tra le infrazioni commesse e le sanzioni comminate. Le sanzioni sono diverse per i diversi ruoli visti prima e a seconda del grado di gravità dell’accaduto.
Il datore di lavoro può essere ritenuto responsabile di lesioni o anche omicidio se non ha reso adeguati gli strumenti di protezione dei lavoratori agli standard previsti per leggi. L’art. 590 c.p., “Lesioni personali colpose” ha il suo focus sulle lesioni gravi e riporta gli obblighi per la prevenzione infortuni e malattie professionali, oltre che in materia di igiene. L’art. 589 c.p. riguarda invece l’omicidio colposo a seguito di violazione delle norme sulla prevenzione degli infortuni sul lavoro (pena da 6 mesi e 5 anni): in caso di morte di va da 2 a 7 anni di reclusione.
Le malattie professionali sussistono se il lavoro svolto è causa diretta e determinante della patologia e se questa si manifesta all’interno di determinati limiti temporali. Il DPR 1124/1965 ha introdotto un elenco delle patologie professionali e delle lavorazioni che ne possono essere causa in un determinato periodo, a partire dalla cessazione dell’attività lavorativa (periodo massimo di indennizzabilità).
Ma come comportarsi quando la malattia non è annoverata nel sistema tabellare? La Corte Costituzionale, con sentenza n. 179 del 18 febbraio 1988, consente al lavoratore di dimostrare che una malattia non presente nell’elenco possa essere riconducibile alla propria attività lavorativa: serve però un nesso causale concreto, con onere della prova a carico del lavoratore, mentre è a carico dell’INAIL quando è previsto un collegamento in tabella.
La Corte di Cassazione ha confermato in passato tale necessità di nesso causale concreto, tra lavoro espletato e presunta malattia professionale, la cui dimostrazione è carico del lavoratore: la Corte (sezione lavoro, sentenza n. 9778/2013) ha infatti rigettato la richiesta di risarcimento per malattia professionale denunciata da un lavoratore, perché non era possibile collegare a livello eziologico la patologia lamentata con il lavoro svolto. Il lavoratore che voglia vedere accolta la propria istanza di malattia professionale (e relativa rendita) deve addurre prove utili a dimostrare come il nesso eziologico tra causa (lavoro) ed effetto (patologia) sia evidente. Le prove, elencate in maniera analitica, devono essere supportate da una puntuale analisi sulle mansioni svolte sul posto di lavoro tale da confermare le proprie tesi, e se possibile da testimonianze a suffragio ulteriore di quanto sostenuto.
Tutti gli oneri relativi all’assicurazione è ad esclusivo carico del datore di lavoro. La scadenza per il pagamento è fissata al 16 febbraio, con cadenza annuale, termine per l’autoliquidazione dei premi INAIL con il calcolo della regolazione a consuntivo dell’anno precedente e della rata anticipata per l’anno in corso.
Il datore di lavoro deve dichiarare le retribuzioni pagate nell’anno precedente, calcolarne il premio anticipato e detrarre eventuali agevolazioni contributive.

L’assicurazione INAIL

L’INAIL tutela il lavoratore contro i danni fisici ed economici derivanti da infortuni e malattie professionali causati dall’attività lavorativa, esonerando il datore di lavoro dalla responsabilità civile conseguente all’evento che ha provocato la lesione, ad eccezione dei casi in cui gli sia riconosciuta la violazione delle norme di prevenzione e igiene sul lavoro. Quando è obbligatoria l’assicurazione INAIL contro gli infortuni sul lavoro? Quali sono gli adempimenti per i datori di lavoro, quali le loro responsabilità? E quando scatta il pagamento? Proviamo a fornire le risposte in questa guida alla disciplina in materia di sicurezza sul lavoro con particolare riferimento ai lavori a rischio. Il principale riferimento normativo è il Testo Unico sulla Salute e Sicurezza sul Lavoro, con i relativi aggiornamenti. L’assicurazione comprende tutti i casi di infortunio avvenuti per causa violenta che abbiano provocato il decesso del lavoratore, l’inabilità permanente, assoluta o parziale ovvero l’inabilità temporanea che provochi l’astensione dal lavoro per più di tre giorni. L’assicurazione comprende anche gli infortuni in itinere durante il normale percorso casa lavoro o durante la pausa pranzo, dal luogo di lavoro a quello in cui si consumano i pasti.
Sono tutelati dall’INAIL tutti coloro che svolgono un lavoro retribuito: sovrintendenti ai lavori, soci di società e cooperative, medici esposti a RX, dipendenti che lavorano a computer e registratori di cassa, dirigenti e sportivi professionisti dipendenti. Gli artigiani e i lavoratori autonomi dell’agricoltura sono tenuti ad assicurare anche se stessi.
All’assicurazione sono tenuti tutti i datori di lavoro che occupano lavoratori dipendenti e parasubordinati nelle attività che la legge individua come rischiose (addetti all’uso di macchinari pericolosi, occupati in opifici e laboratori, ecc.).
I datori di lavoro sono obbligati dall’assicurazione a denunciare, all’inizio dei lavori di esercizio, gli eventuali rischi che le lavorazioni che adoperano possono comportare e anche il rischio di malattie professionali. Se ciò non è possibile per le più disparate ragioni, il datore di lavoro deve comunicare entro 5 giorni dall’inizio dei lavori, dando una motivazione valida per il ritardo. In caso di variazioni nella lavorazione che possano comportare modificazioni dell’estensione o della natura del rischio (come apertura nuovi cantieri, nuovi metodi di lavorazione, uso di macchine diverse da quelle già denunciate), il datore di lavoro è tenuto a presentare denuncia entro 30 giorni. Denuncia di esercizio e di variazione vanno presentate anche per i lavori temporanei, cioè che hanno un termine finale certo, determinato o determinabile, anche se di lunga durata. In caso di cessazione attività il titolare deve darne comunicazione entro 30 giorni. Dal 2010 le denunce di iscrizione, variazione e cessazione si presentano tramite Comunicazione Unica.

Attività a rischio

  • con macchine non mosse direttamente dal lavoratore, con apparecchi a pressione e con impianti elettrici o termici;
  • in ambienti in cui si fa uso di tali macchine;
  • complementari o sussidiarie alle attività rischiose;
  • per cui c’è presunzione di rischio (es.: lavori edili e stradali, in magazzini e depositi, mansioni di nettezza urbana e così via). L’assicurazione è obbligatoria anche quando i macchinari pericolosi sono adoperati in via transitoria o utilizzati per prova, presentazione pratica o esperimento.

Novità: il fumo passivo

Per escludere la responsabilità del datore di lavoro per i danni da fumo passivo non basta che l’azienda si limiti a inviare circolari o direttive: lo afferma la Corte di Cassazione(sentenza n. 4211 del 3 marzo 2016), confermando anche il risarcimento del lavoratore per danno biologico e morale.  Secondo  la Corte di Appello di Roma, nel caso in oggetto l’azienda non aveva posto in essere misure idonee a prevenire la nocività dell’ambiente lavorativo derivante dal fumo, come risultante dall’istruttoria svolta e dal supplemento di perizia, che aveva confermato la riconducibilità eziologica della patologia riscontrata a carico della lavoratrice alle condizioni di lavoro, ravvisando un danno biologico pari al 15%, con conseguente risarcimento.
In Cassazione, il ricorso incidentale dell’aziende è stato respinto: l’azienda si era limitata a richiamare, senza alcun riferimento, non meglio indicate circolari e disposizioni senza allegare la documentazione sull’effettiva inflizione di sanzioni disciplinari, soltanto ipotizzate. Ne deriva che la società non ha fornito la prova che le incombeva (art. 1218 c.c.) sulla responsabilità del debitore che non esegue esattamente la prestazione dovuta ed è pertanto tenuto al risarcimento del danno, se non prova che l’inadempimento o il ritardo è stato determinato da impossibilità della prestazione derivante da causa a lui non imputabile.
L’emanazione di circolari e direttive (praticamente inattuate) non costituisce, evidentemente, misura idonea a contrastare i rischi da esposizione al fumo passivo, né di conseguenza idonea prova liberatoria ai sensi del citato art. 1218 c.c.