Cosa è lo Spread e come si calcola

Ricevi la mail con i segreti del risparmio!

Non perderti le ultime offerte, le guide e strumenti per risparmiare. Unisciti ad altri 25.000 che già risparmiano.

Negli ultimi anni è una delle parole che sentiamo quasi quotidianamente. Ma cos’è realmente lo spread e a cosa fa riferimento? In questo articolo cercheremo di risolvere tutti i dubbi su un termine così ampiamente utilizzato.

Il termine spread e la sua storia

La traduzione letterale del termine inglese spread può esplicarsi con il termine italiano di diffondere; in gergo finanziario indica, in generale, la differenza che c’è tra due valori. In economia, il termine spread viene usato per indicare la differenza di rendimento che intercorre tra i titoli di stato decennali italiani e quelli tedeschi. È stato usato per la prima volta nel gergo comune nel 2011, quando ha assunto il significato di rendimento (cioè quanto viene pagato di interesse a chi li possiede) dei titoli di stato decennali italiani (i BTP) e quelli tedeschi (i Bund).
Il rendimento di un titolo di stato è una misura della solidità di un paese che viene percepita: un rendimento basso significa che gli investitori ritengono quel paese in grado di ripagare facilmente i suoi debiti, mentre un rendimento alto indica dei potenziali dubbi.

Cosa accadde nel 2011

Nel 2011 con la moneta unica, tutti gli stati che facevano parte dell’eurozona venivano considerati ottimi pagatori, estremamente affidabili, per questo non veniva mai chiesto loro un premio per acquistare i titoli di stato dei paesi che erano meno dinamici a livello economico. Tutto cambiò con il fallimento di Lehman Brothers, una delle più grandi banche d’affari di New York. La notizia del fallimento arrivò tardi per l’edizione del mattino dei più grandi quotidiani americani, che in questo modo persero la possibilità di pubblicare la notizia del secolo. Questo provocò una perdita di ben 504 punti, segnati dal Dow Jones (il principale indice della borsa di New York). Questo fu il crollo più alto segnato dopo l’attacco alle Torri gemelle. Il fallimento di una banca così importante fu scatenato dalla congiuntura di tre fattori: le scelte – pessime – dell’amministratore delegato, le politiche monetarie stabilite dalla FED (banca centrale americana) e la deregolamentazione di Wall Street. Per quanto concerne le politiche monetarie della FED, queste rientrarono in pieno nell’ottica di azione di tutte le banche centrali del mondo, che hanno come fine ultimo quello di mantenere sempre sotto controllo l’inflazione. Per raggiungere questo obiettivo, vengono adoperate le cosiddette politiche monetarie, che cercano di regolare i tassi di interesse con cui gli istituti bancari elargiscono i prestiti. La FED ha avuto un comportamento molto conservatore, ha abbassato i tassi di interesse specie dopo la bolla economica delle dotcom e anche dopo l’attentato dell’11 settembre. Ha quindi abbassato i tassi di interesse fissati da una banca centrale, testimoniando un certo “giro di denaro”: è più facile ottenere prestiti e anche i tassi di interesse praticati ai clienti delle banche si abbassano (per questo si dice anche che le banche centrali “abbassano il costo del denaro”). Per tutto il periodo dei bassi tassi di interesse le banche hanno fatto molta fatica ad ottenere guadagni interessanti, visto che erano costrette dal costo basso del denaro a concedere prestiti per pochi soldi. In quel periodo, scommettere in operazioni molto rischiose, ma che consentivano forti guadagni, fu particolarmente attraente per i banchieri.

Cosa è accaduto nell’ultimo decennio

Lo spread è un indice che viene usato come parametro di riferimento, così da poter poi determinare la stabilità economica di un paese, mettendolo in correlazione con il contesto internazionale.
Per quanto riguarda le obbligazioni governative, le due condizioni basilari per calcolare lo spread sono la stessa valuta (che è preferibile ma non indispensabile) e la stessa scadenza. Entrambi sono elementi fondamentali perché la valorizzazione del rischio, che viene espresso in maniera implicita dagli interessi che sono richiesti dal mercato per finanziare i bisogni dello Stato, sono legate in modo inevitabile alla durata del prestito. Tanto più dura il bond, tanto più viene considerato pericoloso. È necessario usare la stessa valuta per l’esigenza di non esporsi a quello che viene identificato come il rischio di cambio, cioè il pericolo che il potenziale investitore veda immunizzata la resa del suo impiego dal deprezzamento della valuta che viene considerata di riferimento.
Per stabilire lo spread si inizia con il calcolo del tasso di rendimento interno del Btp e Bund a 10 anni. Se il decennale italiano prezza un rendimento del 4,5% e quello tedesco l’1%, lo spread sarà pari a 350 punti base. Questa nozione è espressa in punti base e non in termini percentuali. Ciò accade perché 1 punto base corrisponde ad una differenza dello 0,01% dei rendimenti. Per dirla in un altro modo 0,1% sarebbero 100 punti base.
È su questi rendimenti che si misura lo spread, espresso appunto in basis point (punti base). Un punto base è un decimo di millesimo di un valore. Oggi lo spread tra i BTP decennali e i Bund tedeschi (le obbligazioni dello stato tedesco, che sono molto solide e per questo motivo vengono usate come riferimento per le altre nazioni europee) è arrivato intorno ai 285 punti base.
La differenza viene decisa dal mercato: chi vuole investire nelle obbligazioni dello stato italiano crede di essere più a rischio rispetto magari ad un investimento in titoli tedeschi. Questo perché le finanze italiane sono in condizioni peggiori rispetto a quelle tedesche, per questo l’investitore sceglie e vuole un rendimento che sia più alto: sul mercato i BTP hanno raggiunto un rendimento a dieci anni del 5,54%; mentre i titoli tedeschi stanno intorno al 3%. Questi dati fanno riferimento ai titoli già venduti in passato dalla Banca d’Italia e che ora vengono contrattati sul mercato dagli investitori, determinandone le oscillazioni del rendimento.
Quando si parla di allargamento dello spread ci si riferisce ad una situazione in cui il mercato percepisce come meno sicuro il nostro paese, o per lo meno meno a prova di default rispetto alla Germania. Il nostro paese viene considerato in questo caso meno affidabile della Germania in termini di capacità di restituire il debito e rispettare gli impegni presi. Questo porta alla situazione in cui i titoli di Stato italiani perdono valore e di riflesso fanno aumentare i rendimenti. E gli investitori vengono allora premiati per i rischi intrapresi puntando sul debito pubblico italiano.

Lo spread è stabilità

Il rendimento di uno Stato viene considerato come un modo con cui misurare la sua stabilità: un basso rendimento identifica un paese in grado di ripagare facilmente i suoi debiti, mentre un alto rendimento equivale a una situazione di incertezza. Per questo gli investitori che decidono di investire acquistando obbligazioni dei paesi “a rischio” cercano degli incentivi per il rischio che stanno per assumersi. Lo spread, come già detto, si misura in punti base, ogni punto base è un centesimo di punto percentuale.
Fino a poco tempo fa, lo spread era un indice noto esclusivamente agli addetti del settore: tutti i paesi appartenenti all’Eurozona erano considerati economicamente stabili e gli operatori non necessitavano di stimoli per acquistare da nazioni che erano meno dinamiche a livello economico.
L’equilibro si è rotto ad inizio del 2008, con il fallimento della banca Lehman Brothers e l’innesco della crisi economica internazionale, ed ebbe un’ulteriore scossa nel 2010 con il tracollo della Grecia. Sono state queste variazioni brusche dello spread che hanno portato quest’indice al centro dell’attenzione pubblica.
Lo spread viene di solito calcolato tra due paesi distanti, ma è possibile anche calcolare uno spread interno: ad esempio, fra i tassi dei BTP a 10 anni e quelli dei titoli a tre mesi (che si chiamano BoT, Buoni ordinari del Tesoro). Questo divario è di solito positivo, cioè i tassi alla lunga sono più alti dei tassi a breve.

Gli spread più comuni

Uno degli spread più conosciuti, visto il suo essere quasi costantemente sotto la lente dei mercati, è quello tra il debito statunitense e quello tedesco. Questo spread mette in relazione i tassi decennali dei Treasuries e i rendimenti dei Bund omologhi ed offre il rapporto dell’affidabiltà creditizia tra Stati Uniti ed Eurozona. Spesso viene determinato da come si differenziano le politiche monetarie dall’una e dall’altra sponda dell’Oceano Atlantico. Lo spread con i tassi decennali dei Bund è raramente negativo. Negli ultimi tempi a livello globale è successo solo nel caso dei titoli giapponesi e svizzeri (i soli titoli che sono considerati più sicuri dei titoli tedeschi).

Il comportamento degli investitori

Gli investitori tendono a tenere sotto stretta osservazione anche i Bund stessi, senza confrontarli con altri titoli di Stato, per sapere se i mercati sono o meno alla ricerca di beni rifugio. Insieme all’oro, il Bund viene considerato un rifugio in periodi di turbolenza economica. Per esempio, tassi negativi sui titoli tedeschi a 2 anni sono un chiaro segnale di nervosismo tra gli investitori. Nel caso di rendimenti negativi, infatti, gli investitori sono disposti a pagare per prestare denaro a un paese – in questo caso la Germania – per paura di subire perdite scommettendo i propri soldi altrove.

L’importanza dello spread

Il tasso di interesse è più alto quando c’è il pericolo che i soldi non vengano poi restituiti. Questo pericolo sussiste nel momento in cui il periodo del prestito è più lungo (non si sa mai quello che potrebbe accadere da qui a dieci anni), ma esiste anche quando si ha poca fiducia nel debitore. Se esiste una differenza fra due titoli con la stessa scadenza, la ragione sta nella differente fiducia che si nutre nei confronti del debitore. Ad esempio, i mercati chiedono all’Italia di pagare un tasso di interesse più alto perché, rispetto alla Germania, si fidano molto meno del nostro paese. Questa differenza è così importante per almeno tre ragioni:

  1. se lo Stato spende di più per interessi e non bisogna aumentare il deficit, vuol dire che dovremo ridurre altre spese o aumentare le imposte. Dato che la nostra economia già stenta a crescere, togliere soldi o servizi pubblici ai cittadini vorrebbe dire acuire una problematica già esistente;
  2. se lo Stato italiano paga più interessi dello Stato tedesco significa che anche le imprese italiane pagheranno tassi molto maggiori rispetto alle imprese tedesche. Le imprese del nostro paese sono quindi svantaggiate rispetto alle imprese tedesche;
  3. se i risparmiatori, che siano italiani o stranieri, che sottoscrivono i titoli pubblici italiani perdono fiducia nel debitore-Stato, le conseguenze possono essere tremende. Il fatto che l’Italia abbia un grande debito pubblico e che ogni mese scadano molti titoli emessi in passato, aiuta i risparmiatori a esprimere la loro sfiducia. Non bisogna sottoscrivere nuovi titoli: basta semplicemente non rinnovare quelli scaduti. In una situazione in cui il mercato non rinnova i titoli lo Stato italiano fallisce, la fiducia di imprese e famiglie crolla, l’economia affonda e si scatena una crisi gravissima, che può avere anche ripercussioni internazionali. Questa è la ragione per cui si guarda ansiosamente allo spread, come si guarderebbe al termometro di un paziente sotto osservazione.

Perché lo spread spaventa gli italiani

Lo spread spaventa molti italiani perché i rendimenti che l’Italia offre aumentano il debito pubblico. Si è creato una sorta di circolo vizioso: se l’Italia è vista dai mercati come meno solida, questo aumenterà il rendimento dei Btp; quindi sarà più costoso per lo Stato ripagare i Btp a scadenza; dunque ci sarà bisogno di collocarne di più per avere altri prestiti e per questo il debito pubblico aumenterà. Inoltre, l’aumento dello spread è una brutta notizia anche per le banche che investono massivamente nei titoli di Stato italiani: quando sale il rendimento scende il prezzo, e quindi perde valore anche l’investimento fatto dall’istituto di credito.

Quali sono i vantaggi di uno spread sotto i 100 punti

Per l’Italia uno spread di cento punti base significa meno spese per il pagamento degli interessi, dunque più fondi a disposizione per altre spese, più pressione su chi ha capitali perché investa in economia reale, e una stabilità finanziaria che giova a chi gli investimenti li vuole o li deve fare. Cento punti di uno spread minore valgono non meno di quattro miliardi di euro ogni anno. È una stima prudente, perché la discesa dei tassi cambia la curva di tutti i titoli in circolazione, sia quelli a breve scadenza – ad esempio i Bot a un anno – che quelli più lunghi come i Btp trentennali.

Lo spread e il mutuo

Forse molti non sanno che lo spread è un fattore molto importante quando si sceglie un mutuo. Lo spread è il valore percentuale che rappresenta il margine, che può essere inteso come guadagno, della Banca sull’importo del mutuo erogato. Il tasso di interesse applicato al mutuo si ottiene sommando lo spread al tasso di riferimento utilizzato per la misura del costo del denaro (l’Euribor per i mutui a tasso variabile, l’Eurirs per quelli a tasso fisso); è questo il tasso di interesse effettivamente utilizzato per il calcolo delle rate che il mutuatario dovrà da pagare alla banca.
Lo spread resta invariato per tutta la durata del mutuo, mentre cambiano l’Euribor e l’Eurirs che incidono anche sulla rata. Mettendo a confronto le diverse offerte, quindi, occorre sempre valutare la percentuale di spread proposta dalle banche, che ad oggi parte dall’1,3%.